14) Hume. La politica.
Hume si distacca nettamente dai filosofi che avevano tentato
l'approccio epistemico alla politica e intende seguire anche in
questa occasione l'esperienza e la storia. Egli prende in esame le
dottrine politiche del suo tempo, quella sull'origine divina e
quella sull'origine contrattualistica del potere.
D. Hume, Sul contratto originale (pagine 270-71).
Come non c' partito nell'et presente che possa mantenersi senza
un sistema di princpi filosofico o speculativo annesso a quello
pratico o politico, cos vediamo che ciascuna delle fazioni in cui
la nazione inglese  divisa ha messo su un edificio del primo tipo
al fine di proteggere e coprire il piano d'azione che ha in vista.
Poich il popolo  di solito costruttore assai rozzo, specie sul
piano speculativo, e lo  in misura ancora maggiore quando  mosso
da fanatismo partigiano,  naturale immaginare che l'opera sia un
po' informe e riveli tracce evidenti della violenza e della fretta
con cui fu edificata. L'un partito, facendo risalire il governo
alla Divinit, cerca di renderlo talmente sacro e inviolabile che,
per quanto tirannico possa diventare, sar poco men che sacrilegio
toccarlo o attaccarlo anche nella pi piccola cosa. L'altro
partito, fondando il governo del tutto sul consenso del Popolo,
suppone che ci sia una specie di contratto originario per il quale
i sudditi si sono tacitamente riservato il potere di resistere al
loro sovrano tutte le volte che si trovino oppressi dall'autorit
che gli hanno per certi scopi volontariamente affidata. Son questi
i princpi speculativi dei due partiti, e son queste altres le
conseguenze pratiche che essi ne deducono.
Presumo di affermare che entrambi questi sistemi di princpi
speculativi sono esatti, sebbene non nel senso inteso dai due
partiti, e che entrambi i piani di pratiche conseguenze son
prudenti, bench non fino al punto estremo a cui ciascun partito
ha di solito cercato di portarle in opposizione all'altro.
Che la Divinit sia l'autore primo di ogni governo non sar mai
negato da chiunque ammetta una provvidenza universale, e riconosca
che nell'universo tutti gli eventi sono condotti secondo un piano
uniforme e diretti a scopi saggi. Giacch  impossibile che la
razza umana sussista, per lo meno in uno stato di agio e di
sicurezza, senza la protezione del governo, questa istituzione
dev'esser dovuta certamente all'Essere benefico che intende il
bene di tutte le sue creature. E poich di fatto il governo 
sorto in tutti i paesi e in tutte le et, possiamo concludere con
certezza ancora maggiore, ch'esso  stato voluto da quell'Essere
onnisciente che nessun evento o azione potr mai ingannare. Ma dal
momento ch'egli l'ha fatto sorgere non attraverso una
interposizione particolare o miracolosa ma con operazione nascosta
e universale, un sovrano pu propriamente parlando esser definito
suo vicegerente solo in quanto ogni potere o forza essendo
derivati da lui si pu dire agiscano per sua commissione. Tutto
quel che accade rientra nel piano generale o intenzione della
provvidenza; n il pi grande e pi legittimo principe ha maggior
ragione di invocare in proposito una particolare sacert
[sacralit] o un'autorit inviolabile di quel che abbia un
magistrato inferiore, o persino un usurpatore, o addirittura un
bandito o un pirata [...].
Se consideriamo che gli uomini son quasi uguali nella forza
fisica, e perfino nei poteri e facolt mentali fintantoch non son
coltivati dall'educazione, dobbiamo ammettere necessariamente che
solo il consenso avrebbe potuto in origine associarli e
assoggettarli ad un'autorit. Il popolo, se risaliamo alla prima
origine del governo nei boschi e nei deserti,  la fonte di ogni
potere e giurisdizione, ed ha volontariamente abbandonato per la
pace e l'ordine la libert nativa e ha ricevuto leggi da un suo
uguale e da un membro. Le condizioni alle quali esso era disposto
a sottomettersi furono espresse o furono cos chiare e ovvie da
far considerare superfluo l'esprimerle. Se quindi si intende
questo per contratto originario, non si pu negare che ogni
governo in origine  fondato su un contratto, e che le pi
antiche, rozze accolte di uomini si son formate principalmente
sulla base di questo principio. Invano ci si domanda in quali
documenti sia registrata questa carta delle nostre libert. Essa
non fu scritta su pergamena, n su foglie o scorza d'albero: essa
precedette l'uso della scrittura e di tutte le altre arti della
civilt. Ma la rintracciamo chiaramente nella natura dell'uomo e
nell'eguaglianza, o in qualcosa che s'avvicina all'eguaglianza,
che troviamo in tutti gli individui di quella specie. La forza che
oggi prevale, e che si fonda su flotte ed eserciti,  chiaramente
politica e deriva dall'autorit, l'effetto della fondazione del
governo. La forza naturale di un uomo consiste solo nel vigore
delle sue membra e nella saldezza del suo coraggio, che non
basterebbero mai ad assoggettare delle moltitudini agli ordini di
uno solo. Solo il loro consenso e il senso dei vantaggi che
derivano dalla pace e dall'ordine pot aver avuto quell'influenza.
Tuttavia anche questo consenso fu a lungo molto imperfetto, e non
pu aver costituito la base di una amministrazione regolare. Il
capotrib, che aveva acquistato la sua influenza probabilmente nel
corso di una guerra, comandava pi con la persuasione che con
l'autorit; e finch non pot usare la forza per costringere
refrattari e disobbedienti, la societ non si poteva dire avesse
raggiunto uno stato di governo civile. Nessun patto o accordo, 
evidente, fu espressamente stipulato per la generale
sottomissione, un'idea che era molto al di l delle capacit
intellettive di uomini selvaggi. Ogni esercizio di autorit da
parte del capotrib deve essere stato particolare e richiesto
dalle particolari esigenze del caso. L'utilit notevole derivante
da questa interposizione fece diventare questi interventi ogni
giorno pi frequenti, e la loro frequenza grado a grado produsse
nel popolo una abituale e, se cos vi piace chiamarla, volontaria
e perci precaria acquiescenza.
Ma i filosofi che hanno aderito ad un partito (se questa non  una
contraddizione in termini) non s'accontentano di queste
concessioni. Asseriscono non solo che il governo nella sua prima
infanzia sorse dal consenso o piuttosto dall'acquiescenza
volontaria del popolo ma anche che persino oggi, quando ha
raggiunto la piena maturit, non poggia su altro fondamento.
Affermano che tutti gli uomini son nati uguali e non devono
obbedienza a nessun principe o governo a meno che non siano
vincolati dall'obbligo e sanzione di una promessa. E poich nessun
uomo rinuncerebbe senza un equivalente ai vantaggi della libert
originaria, per sottomettessi al volere di un altro, questa
promessa va sempre intesa in senso condizionale e non impone a lui
obbligo alcuno a meno che non riceva giustizia e protezione dal
proprio sovrano. Questi sono i vantaggi che il sovrano gli
promette in cambio, e se manca nell'adempimento ha infranto da
parte sua gli articoli del patto e pertanto ha liberato il suddito
da ogni obbligo di obbedienza. Tale , secondo questi filosofi, in
ogni governo il fondamento dell'autorit, e tale il diritto alla
resistenza posseduto da ogni suddito.
Ma questi ragionatori, se si guardassero intorno, non troverebbero
nulla che corrisponda minimamente alle loro idee o possa
giustificare un sistema cos elaborato e filosofico. Al contrario
troviamo ovunque dei prncipi i quali pretendono che i sudditi
sian loro propriet e fanno derivare il loro indipendente diritto
di sovranit da conquista o successione. E troviamo ovunque dei
sudditi che riconoscono questo diritto nel loro principe, e si
suppongono nati con l'obbligo di obbedire a un certo sovrano nella
stessa misura in cui si considerano obbligati alla riverenza e al
dovere verso i genitori. Queste connessioni sono sempre
considerate egualmente indipendenti dal nostro consenso in Persia
e in Cina, in Francia e in Spagna, e persino in Olanda e in
Inghilterra, dovunque le dottrine summenzionate non siano state
accuratamente inculcate. Obbedienza o soggezione diventano cos
abituali che i pi degli uomini non se ne domandano mai l'origine
o la causa, pi che non si chieda del principio di gravit, di
attrito o delle leggi pi universali della natura. O se mai la
curiosit li spinge, non appena apprendono che essi e i loro avi
sono stati per diverse et o da tempo immemorabile soggetti a una
tale forma di governo o una tale famiglia, immediatamente
consentono e riconoscono il loro obbligo d'obbedienza. Se andaste
a predicare nella maggior parte dei paesi che le connessioni
politiche si fondano del tutto sul consenso volontario o su una
promessa reciproca, presto il magistrato vi imprigioner come
sediziosi perch allentate i vincoli dell'obbedienza, se non
saranno i vostri amici a ricoverarvi come pazzo per aver avanzato
idee cos assurde. E' strano che un atto della mente compiuto, si
suppone, da ogni individuo, per giunta dopo che egli  pervenuto
all'uso della ragione (altrimenti non avrebbe autorit),  strano,
dico, che questo atto sia talmente sconosciuto a tutti loro che
sulla faccia della terra a stento ne rimane traccia o ricordo.
Ma il contratto su cui si fonda il governo si dice sia il
contratto originario, e di conseguenza si pu supporre troppo
antico per esser conosciuto dalla presente generazione. Se con ci
si vuol intendere l'accordo per cui dei selvaggi per la prima
volta s'associarono e congiunsero le loro forze, ne abbiamo gi
riconosciuto la reale esistenza; ma per essere cos antico e
obliterato da migliaia di cambiamenti di regimi e di prncipi, non
si pu supporre che conservi ora alcuna autorit. Se si vuol
proprio dir qualcosa di pertinente, dobbiamo asserire che ogni
particolare governo che sia legittimo e che imponga al suddito un
dovere d'obbedienza si fondava in origine sul consenso e su un
patto volontario. Ma ci suppone che il consenso dei padri sia
vincolante per i figli, fino alle pi remote generazioni (cosa che
gli scrittori repubblicani non ammetteranno mai): e peraltro non 
giustificato dalla storia o dall'esperienza di alcuna et o paese
del mondo.
Quasi tutti i governi oggi esistenti, o di cui rimanga traccia
nella storia, si son fondati in origine o sull'usurpazione o sulla
conquista, o su entrambe, senza alcuna pretesa di aperto consenso
o volontaria soggezione del popolo. A un uomo astuto e audace
posto a capo di un esercito o d'una fazione  spesso facile,
attraverso l'impiego ora della violenza, ora di false pretese,
fondare il proprio dominio su un popolo cento volte pi numeroso
dei suoi partigiani. Egli non permette comunicazioni cos aperte
da consentire ai suoi nemici di conoscere con sicurezza il loro
numero e forza. Egli non consente loro di riunirsi in unico corpo
per opporglisi. Persino gli strumenti della sua usurpazione
possono desiderare la sua caduta, ma ciascuno ignora le intenzioni
dell'altro, e ci basta a tenerli sottomessi ed  la sola causa
della sua sicurezza. Con simili arti molti governi sono stati
fondati, e questo  tutto il contratto originario di cui possano
vantarsi.
Il volto della terra  in continuo cambiamento per via di piccoli
regni che crescono in grandi imperi, per grandi imperi che si
dissolvono in piccoli regni, per la fondazione di colonie, la
migrazione di trib. Si pu trovare in questi eventi qualcosa che
non sia forza e violenza? Dov' l'accordo reciproco o
l'associazione volontaria di cui tanto si parla?.
Persino il modo pi dolce in cui una nazione pu avere un padrone
straniero, per matrimonio o per testamento, non  molto onorevole
per il popolo, ma suppone che del popolo si possa disporre come di
una dote o di un'eredit, secondo il piacere o l'interesse dei
suoi reggitori.
Ma dove non c' l'intervento della forza, e ha luogo l'elezione,
cos' questa elezione tanto esaltata? E' la combinazione di pochi
grandi che decidono per tutti e non consentiranno opposizione
alcuna, oppure la furia d'una moltitudine che segue un capo
sedizioso, neanche conosciuto forse a una dozzina fra di essi, e
che deve il suo successo alla sua impudenza o al momentaneo
capriccio dei suoi compagni.
E queste confuse elezioni, peraltro anche rare, son di tanta
autorit da poter costituire il solo fondamento legittimo di ogni
governo e obbedienza civile?.
In realt non esiste evento pi terribile della totale
dissoluzione del governo, che d libert alla moltitudine e fa
dipendere la definizione o la scelta di un nuovo ordinamento da un
numero di persone che si avvicina quasi a quello dell'intero corpo
popolare, ch alla totalit non si giunge mai. Allora ogni persona
saggia desidera vedere, alla testa di un esercito potente e
obbediente, un generale che possa giungere rapidamente allo scopo
e dare al popolo un padrone ch'esso non  capace di scegliersi da
s. Tanto poco la realt corrisponde a quelle nozioni filosofiche.
Non lasciamoci ingannare dalla soluzione affermatasi alla
Rivoluzione, e non lasciamoci indurre da essa a innamorarci
dell'origine filosofica del governo tanto da immaginare tutti gli
altri mostruosi e irregolari. Anche quell'episodio fu lungi dal
corrispondere a idee cos raffinate. Allora fu solo la
successione, e questa solo nella parte regale, ad esser mutata; e
fu solo una maggioranza di 700 a determinare il cambiamento per
quasi dieci milioni. Non ho dubbi in verit che la parte
sostanziale di quei dieci milioni consentisse volentieri nella
scelta: ma fu poi la scelta pur se in piccolissima misura lasciata
a loro? E non si suppose giustamente che la cosa era da quel
momento decisa e si pun chiunque rifiutasse di sottomettersi al
nuovo sovrano? Come si sarebbe potuto giungere altrimenti ad una
soluzione?.
[...] E' vano dire che tutti i governi sono o dovrebbero essere
fondati in origine sul consenso popolare, per quel tanto che la
necessit delle cose umane permette. E' un'obiezione che torna a
favore della mia tesi. Io sostengo che le cose umane non
ammetteranno mai tale consenso, e di rado la parvenza di esso, ma
che conquista o usurpazione, cio in parole povere la forza, col
dissolvere gli antichi regimi  l'origine di quasi tutti i nuovi
governi mai sorti nel mondo, e che nei pochi casi in cui pare che
abbia operato il consenso, esso  stato cos irregolare, limitato
o misto di frode o di violenza da non poter avere grande autorit.
Non  qui mia intenzione escludere che il consenso del popolo sia,
ove operi, un giusto fondamento di governo. E' certo il migliore e
il pi sacro. Io sostengo soltanto che assai di rado esso ha
operato in qualche misura, e quasi mai nella sua pienezza. E che
pertanto bisogna ammettere anche qualche altro fondamento.
Se tutti gli uomini avessero per la giustizia un rispetto cos
inflessibile da astenersi spontaneamente dalle propriet di altri,
sarebbero rimasti per sempre in uno stato di assoluta libert
senza doversi assoggettare ad un magistrato o ad una societ
politica. Ma questo  uno stato di perfezione di cui la natura
umana  a ragione ritenuta incapace. E ancora, se tutti gli uomini
possedessero intelletto cos perfetto da conoscere sempre i loro
veri interessi, non ci si sarebbe mai sottomessi se non ad una
forma di governo che fosse fondata sul consenso e discussa in ogni
sua parte da ogni membro della societ. Ma questo stato di
perfezione  anch'esso di molto superiore all'umana natura.
Ragione, storia ed esperienza ci mostrano che tutte le societ
politiche hanno avuto un'origine molto meno definita e regolare; e
se si volesse determinare un periodo in cui il consenso popolare
fu meno considerato in pubblici affari lo si porrebbe proprio alla
fondazione di un nuovo governo. In una costituzione consolidata
spesso si consultano le inclinazioni del popolo, ma nella furia
delle rivoluzioni, delle conquiste o delle pubbliche convulsioni,
 la forza militare o l'astuzia politica a decidere normalmente
della controversia.
Quando si fonda un nuovo governo, quali che siano i mezzi
impiegati, il popolo di solito ne  insoddisfatto e obbedisce pi
per timore e necessit che per una idea di obbedienza civile o di
obbligo morale. Il principe  vigile e geloso e deve guardarsi con
cura da ogni inizio o apparenza d'insurrezione. Il tempo rimuove a
poco a poco tutte queste difficolt e abitua la nazione a
considerare prncipi legittimi o nazionali la famiglia che aveva
dapprima considerato di usurpatori o conquistatori stranieri. Al
fine di fondare questa opinione essi non ricorrono ad alcuna
nozione di consenso volontario o di promessa, che, lo sanno, in
questo caso non fu mai attesa o richiesta. Il regime originario fu
creato dalla violenza e subto per necessit. L'amministrazione
successiva  anche sostenuta dal potere e accettata dal popolo non
per una scelta ma per coercizione. Essi non immaginano che sia il
loro consenso a dare al principe un titolo, indipendente dalla
loro scelta o inclinazione.
Se si dicesse che, perch vive sotto il dominio di un principe che
egli pu lasciare, ogni individuo ha dato un tacito consenso alla
sua autorit e gli ha promesso obbedienza, si pu rispondere che
tale consenso implicito pu aver luogo solo ove un uomo immagini
che la cosa dipenda dalla sua scelta. Ma ove egli pensi (come
tutti gli uomini nati sotto un regime consolidato) che per la sua
nascita egli deve obbedienza a un determinato principe o ad una
certa forma di governo, sarebbe assurdo inferire un consenso o una
scelta che in questo caso egli esplicitamente rinuncia.
E si pu dire seriamente che un povero contadino o artigiano abbia
libera scelta di lasciare il suo paese, se non conosce nessuna
lingua o costumi stranieri e vive giorno per giorno con lo scarso
salario che guadagna? Allo stesso modo si potr dire che un uomo
restando su una nave consente liberamente al potere del capitano,
sebbene fosse stato portato a bordo mentre era addormentato e
dovr saltare nell'oceano e morire il momento che lascia la nave.
[...] Se una generazione di uomini scomparisse a un tratto dalla
scena e un'altra le succedesse, come avviene con i bachi da seta e
le farfalle, la nuova razza se avesse bastante giudizio da
scegliersi il proprio governo (cosa da escludersi quando si tratta
di uomini) potrebbe organizzare la sua forma di civile ordinamento
volontariamente e per generale consenso, senza riguardo alle leggi
o ai precedenti in uso tra i suoi antenati. Ma poich la societ
umana  in flusso continuo, e ogni ora c' un uomo che esce dal
mondo e uno che entra,  necessario per mantenere stabilit nel
governo che la nuova generazione si conformi alla costituzione in
vigore e quasi segua il sentiero che i loro padri, procedendo a
lor volta sulle orme dei propri, han segnato per essi. Innovazioni
debbono necessariamente aver luogo in ogni istituzione umana, ed 
bello ove il genio illuminato dell'et dia ad esse una direzione
nel senso della ragione, della libert e della giustizia; ma
innovazioni violente nessun individuo  autorizzato a farne, esse
sono pericolose anche se tentate dal corpo legislativo, da esse
c' da aspettarsi sempre pi male che bene. E se la storia reca
esempi in contrario, essi non debbono costituire un precedente, e
vanno solo considerate prove del fatto che la scienza politica ha
poche regole che non conoscano eccezioni e non siano talora
determinate dalla fortuna o dal caso [...].
Supponiamo che un usurpatore, dopo aver bandito il suo legittimo
principe e la famiglia reale, fondi il suo dominio per dieci o
dodici anni in un paese e mantenga una disciplina cos rigorosa
nelle truppe e una regolarit cos costante nelle guarnigioni da
non far scoppiare mai alcuna insurrezione o far neppure sentire un
solo mormorio contro la sua amministrazione. Si potr dire che il
popolo, il quale in cuor suo aborre il tradimento, abbia
tacitamente consentito alla sua autorit e gli abbia promesso
obbedienza solo perch vive per necessit sotto il suo dominio? E
supponiamo ancora che il principe legittimo venga restaurato per
mezzo di un esercito reclutato in terre straniere: il popolo lo
riceve con gioia ed esultanza e mostra chiaramente con quale
riluttanza s' piegato ad un altro giogo. Posso chiedere ora su
che fondamento riposi il titolo del principe? Non certo sul
consenso popolare, giacch, sebbene il popolo accetti volentieri
la sua autorit, non immaginer mai che sia il suo consenso a far
di lui il sovrano. Esso consente, perch lo ritiene per nascita
suo sovrano legittimo. E quanto al consenso tacito, che si pu ora
inferire dal fatto che il popolo vive sotto il suo dominio, esso
non  pi quello gi dato al tiranno e usurpatore.
Quando asseriamo che tutti i governi legittimi sorgono dal
consenso popolare, certo tributiamo loro molto pi onore di quello
che meritano, maggiore persino di quello che s'aspettano da noi.
Quando i domin romani furon diventati troppo pesanti perch la
repubblica bastasse a governarli, i popoli di tutto il mondo
conosciuto furono assai grati ad Augusto per l'autorit che con la
violenza egli aveva acquistato su di loro, e mostrarono uguale
disposizione a sottomettersi al successore che egli design col
suo testamento. E fu poi loro disgrazia che non ci fosse una larga
successione regolare in una famiglia, e che la linea dinastica
fosse continuamente interrotta da privati assassin o da pubbliche
rivolte [... ].
Ma se vogliamo una refutazione pi regolare, o almeno pi
filosofica di questo principio del contratto originario ovvero del
consenso popolare, forse le osservazioni che seguono potranno
bastare.
Tutti i doveri morali si possono dividere in due classi. I primi
sono quelli a cui gli uomini sono indotti da un istinto naturale o
propensione immediata che opera su di loro, indipendentemente da
ogni idea di obbligo, e da ogni considerazione di pubblica o
privata utilit. Di questa natura sono l'amore per i bambini, la
gratitudine per i benefattori, la piet per gli sventurati. Quando
riflettiamo sul vantaggio che deriva alla societ da istinti cos
umani, noi paghiamo loro il giusto tributo di approvazione morale
e di stima; ma la persona che da essi  mossa ne sente il potere e
l'influsso, prima ancora di riflettere.
I doveri morali del secondo tipo sono quelli non sostenuti da un
originario istinto di natura, ma sono compiuti solo per un senso
di obbligo, quando consideriamo i bisogni della societ umana e
l'impossibilit di mantenerla se questi doveri fossero negletti.
E' cos che la giustizia, ovvero il rispetto dell'altrui
propriet, e la fedelt, ovvero l'osservanza delle promesse,
diventano obbligatorie e acquistano autorit sugli uomini. Giacch
ogni uomo evidentemente ama se stesso pi di ogni altro, 
costretto a estendere pi che pu le sue acquisizioni; e in questa
tendenza nulla pu frenarlo salvo la riflessione e l'esperienza
che gli apprendono gli effetti perniciosi di quella licenza e la
totale dissoluzione della societ che deve seguirne. Perci la sua
originaria inclinazione o istinto  qui frenata da un successivo
giudizio o da una pi tarda osservazione.
Col dovere politico o civile dell' obbedienza il caso 
perfettamente uguale a quello dei doveri naturali della giustizia
e della fedelt. I nostri istinti primari ci portano ad
abbandonarci ad una libert senza limiti o a cercare il dominio su
altri; ed  solo la riflessione che ci impegna a sacrificare
passioni cos forti agli interessi della pace e dell'ordine
pubblico. Una piccola misura di esperienza e di osservazione basta
a insegnarci che la societ non pu sussistere senza l'autorit
dei magistrati e che questa autorit deve presto cadere nel
disprezzo ove non le si presti rigorosa obbedienza. La
constatazione di questi generali e ovvi interessi  la fonte di
ogni obbedienza e della obbligatoriet morale che ad essa
attribuiamo.
Che bisogno c' allora di fondare il dovere dell'obbedienza ai
magistrati su quello della fedelt alle promesse, e supporre che
sia il consenso di ogni individuo ad assoggettarlo al governo,
quando  chiaro che obbedienza e fedelt posano sullo stesso
fondamento, e gli uomini si sottomettono a entrambe in
considerazione degli ovvi interessi e bisogni della societ umana?
Si dice, siamo obbligati a obbedire al nostro sovrano, perch
abbiamo fatto una tacita promessa in tal senso. Ma perch saremmo
obbligati a mantenere la promessa? Si dir a questo punto che il
commercio e i rapporti tra gli uomini, che sono di s gran
vantaggio, non avranno sicurezza alcuna se gli uomini non tengono
fede ai patti. Allo stesso modo si pu dire che gli uomini non
potrebbero vivere affatto in societ, per lo meno in una societ
civile, senza leggi e magistrati e giudici che impediscano le
soperchierie del forte sul debole, del violento sul giusto ed
equo. Ed essendo l'obbligo all'obbedienza di pari forza e autorit
dell'obbligo della fedelt, non si guadagna nulla risolvendo l'uno
nell'altro. A dar fondamento a entrambi bastano gli interessi
generali ovvero i bisogni della societ.
Se si chiedesse la ragione dell'obbedienza che siam tenuti a
prestare al governo, risponderei prontamente: perch altrimenti la
societ non potrebbe sussistere. Ed  una risposta chiara ed
intelligibile a tutti gli uomini. La vostra risposta , perch
dobbiamo mantenere la parola data. Ora nessuno, che non sia
addestrato filosoficamente, pu capire o apprezzare questa
risposta; e oltre a ci, vi troverete in imbarazzo se vi si
chiede, perch siam tenuti a mantenere la parola data? N potrete
dare altra risposta se non una che spieghi immediatamente, senza
circonlocuzioni, il nostro dovere di obbedienza.
Ma a chi  dovuta l'obbedienza? E chi  il sovrano legittimo?
Questa domanda  spesso la pi difficile e si presta a infinite
discussioni. Quando si  cos fortunati da poter rispondere, il
nostro attuale sovrano che succede in linea diretta ad antenati
che ci hanno governato per molte et, questa risposta non ammette
replica, anche se degli storici, risalendo all'antichit pi
remota, all'origine di quella famiglia reale, possano trovare
(come accade di solito) che la sua prima autorit deriv
dall'usurpazione e dalla violenza. Si riconosce che la giustizia
privata, l'astenersi dai beni altrui,  virt cardinalissima: e
tuttavia la ragione ci dice che non c' propriet in oggetti
duraturi come terre o case che, se esaminata con cura nel passar
da una mano all'altra, non si trovi fondata in qualche periodo
sulla frode e l'ingiustizia. I bisogni della vita umana non
consentiranno un'indagine cos attenta n della vita pubblica n
della privata; e non c' virt o dovere morale che non possa
essere agevolmente eluso se si indulga in una falsa filosofia nel
vagliarlo ed esaminarlo, con ogni capziosa regola di logica, nella
luce o posizione in cui sia possibile situarlo.
[...] L'obbligo generale che ci lega al governo  l'interesse e i
bisogni della societ, e questo obbligo  molto forte. La
definizione di quest'obbligo nei confronti di questo o quel
principe, di questa o quella forma di governo  spesso pi incerta
e dubbia. Il presente possesso ha in questi casi notevole
autorit, maggiore che nei casi di propriet privata, per via dei
disordini che s'accompagnano a tutte le rivoluzioni e cambiamenti
del governo.
Ci limiteremo a notare, prima di concludere, che sebbene un
appello all'opinione generale possa a ragione esser considerato
scorretto e non conclusivo nelle discipline speculative della
metafisica, della filosofia naturale o dell'astronomia, tuttavia
in tutte le questioni di morale e di critica non v'ha altro metro
con cui dirimere la controversia. E nulla prova pi chiaramente
che una teoria del genere  errata, del trovare che essa porta a
paradossi repugnanti al comune sentire degli uomini e alla prassi
e all'opinione di tutte le nazioni e di tutte le et. La dottrina
che fonda ogni governo legittimo su un contratto originario,
ovvero sul consenso del popolo,  ovviamente di questo tipo, e il
pi illustre dei suoi sostenitori (Locke) non si  fatto scrupolo
d'affermare, perseguendone lo spirito, che la monarchia assoluta 
inconsistente con la societ civile, e non pu quindi essere
affatto una forma di governo civile, e che il potere supremo non
pu in uno stato prendere ad un individuo attraverso tasse e
imposte parte della sua propriet senza il suo consenso o quello
dei suoi rappresentanti. Che autorit possa avere un ragionamento
morale, che porta ad opinioni cos lontane dalla prassi generale,
in ogni luogo tranne che in questo regno,  facile stabilire.
Il solo passo che son riuscito a trovare nell'antica letteratura,
ove l'obbligo dell'obbedienza al governo sia attribuito ad una
promessa,  nel Critone platonico: dove Socrate rifiuta di fuggire
dalla prigione perch aveva tacitamente promesso di obbedire alle
leggi. Cos egli edifica una conclusione tory dell'obbedienza
passiva su un fondamento whig del contratto originario.
In simili materie non c' da aspettarsi nuove scoperte. Se quasi
nessuno aveva immaginato fino a poco tempo fa che il governo si
fondasse su un patto,  certo che esso non pu in generale avere
un fondamento del genere.
Il reato di ribellione tra gli antichi era di solito espresso col
termine, neoterzein, novas res moliri ["innovare", "costruire
cose nuove"].
D. Hume, Opere, Il Mulino, Bologna, 1962,  pagine 88-102.
